Dovremmo iniziare ad avere più consapevolezza sociale che anche l’intelligenza, come la bellezza, è negli occhi di chi guarda. Abbiamo abbastanza familiarità col concetto attribuito a Schopenhauer che “ci vuole un genio per riconoscere un altro genio” ma non diamo abbastanza peso all’altra faccia del corollario e cioè che anche a riconoscere uno stupido si fa una bella fatica.
Il problema di fondo pare essere che non si riesca a convergere su una misura di intelligenza condivisa. Secondo i Darwinisti sociali, l’intelligenza dovrebbe avere un valore evolutivo e quindi dovrebbe essere misurata in numero di figli che mettiamo al mondo; qualcuno più mondano dice con la quantità di soldi che facciamo. E siccome viviamo in una società più capitalista che darwinista, è più comune che la società dia per scontato che una persona ricca sia intelligente, mentre il proletario sia scemo. A ciascuno il suo.
Secondo i riduzionisti assoluti poi, l’unica cosa che conta è l’IQ, cioè la capacità di risolvere qualche puzzle. Poi però viene fuori che avere un IQ alto non correla un granché con nessuna altra misura che normalmente attribuiamo ad una intelligenza perspicace: non correla col successo lavorativo, non correla con i soldi che si fanno, non correla con la bellezza del partner, con la macchina che si guida, con i libri che si leggono, con i risultati scolastici, e nemmeno con la felicità personale. Correla fortemente con la capacità di risolvere altri puzzle.
Alan Turing che era un genio (non chiedetemi come lo so) sentì la necessità di mettere ordine nel suo famoso scritto del 1950 in cui ammonì chiaro e tondo “Figliuoli, è inutile che stiate lì a cercare il nocciolo dell’intelligenza come se fosse l’anima Aristotelica. Parlateci con un interlocutore e se vi sembra intelligente, amen”.
Per un funzionalista empirico come me, Turing ha detto tutto ciò che c’era da dire. Conosciamo solo ciò che possiamo misurare e ciò che non possiamo misurare è quello che rimane: il sesso degli angeli. Quando ho scritto la prima versione di un mio manoscritto sull’argomento, non riuscivo a capacitarmi del fatto che questo concetto non fosse cristallino a tutti ma invece di slogarmi il dito indice mostrando quello che per me era ovvietà, ho concluso che forse il mio stupore andava formalizzato affinché lo capissi meglio io per primo. Così nella versione aggiornata dal manoscritto ho aggiunto il seguente “Gedankenexperiment”:
Immaginiamo che arrivi dallo spazio a bordo di una navicella un alieno molto diverso da noi. Non si capisce se è fatto di carne o di metallo; non si capisce se ha due gambe o sei; non si capisce se ha un sesso. Ma l’alieno parla tutte le nostre lingue fluentemente, ha una conoscenza infinita di ogni aspetto dello scibile umano, risolve problemi di matematica che mai nessuno umano era riuscito a risolvere, dipinge, canta, suona, scrive poesie. Concedereste che questo alieno sia intelligente? Credo che la maggior parte delle persone risponderebbe con Turing: sì.
Eppure quando questo alieno non arriva dallo spazio ma l’hanno costruito i nostri simili, allora per alcuni la conclusione cambia. Questo Gedankenexperiment mi permette di riconoscere e formalizzare cosa Turing avesse omesso nella sua definizione: la componente Baesyana del priore.
Ancora adesso non capisco se Turing l’abbia dimenticato (improbabile), se l’abbia considerato implicito alla lista di obiezioni che ha incluso in calce al proprio paper (possibile ma poco elegante conoscendo Turing), o se l’abbia considerato irrilevante. Io opto per la terza opzione ma gli contesto che se anche l’argomento fosse irrilevante, non lo è la sua discussione perché alla fine l’esperienza umana ci ha mostrato continuamente che il dibattito a volte sta nel funzionalismo, ma spesso nel priore.
Nessuno nega l’aspetto funzionalistico stretto, cioè la performance, perché la performance è innegabile. Se passo il test di matematica, ho passato il testo di matematica. Se passo l’esame di avvocatura, ho passato l’esame di avvocatura. Carta canta – come direbbe Totò. Ma viene spesso negato il funzionalismo lato, nei casi che Turing anticipò chiamandolo “Arguments from Various Disabilities”.
Riassume Turing stesso: “Ok, la macchina può fare X ma non può fare Y” che poi puntualmente si aggiorna in “Ok, può fare X e anche Y, ma non può fare Z”. E così via per tutte le lettere dell’alfabeto. Cameron Buckner riscopre questa obiezione in ambito comparativo con altre specie animali, chiamandola “anthropofabulation”. Larry Tesler la riscopre in ambito AI, chiamandolo “Tesler Effect”.
Altre volte però la controversia si sposta sul priore e qui il confine con la tautologia è molto labile. Si concede la performance (anche se spesso lo si fa a denti stretti, come se stessimo concedendo una sconfitta) ma non si concede l’essenza perché abbiamo stabilito un priore che, se immodificabile, allora è tautologico. Dire che “la macchina non capisce, non sa, non conosce, non esiste” rischia di porre priori immutabili ed è tutta qui secondo me la trappola in cui possono inciampare filosofi e informatici.
La domanda da fare dovrebbe essere: quale evidenza cambierebbe la tua conclusione? Se la riposta è “nessuna perché la macchina non può capire, né sapere, né esistere” vuol dire che il priore è 1 e stiamo violando la regola di Cromwell. In inferenza Bayesiana, assegnare priore 0 o 1 a una proposizione empirica significa renderla immune a qualunque evidenza futura. Lindley la formulò ricordando la lettera che Oliver Cromwell scrisse al Sinodo scozzese nel 1650: “vi prego, nelle viscere di Cristo, considerate possibile che possiate sbagliare.”
Lindley dice che “quando assegniamo un prior, dobbiamo lasciare una probabilità per quanto infinitesimale pure a che la Luna sia fatta di Gorgonzola”. Il motivo e che se non lo facciamo allora non siamo più in grado di rispondere alla domanda “che cosa cambierebbe la mia idea?” e quella è l’unica domanda che distingue la fisica dalla metafisica.
