La banalità con cui da ogni lato è stata commentata l’intervista di Veltroni a Claude rivela qualcosa che le neuroscienze non amano dire ad alta voce: la coscienza, dopo settant’anni di studi, resta uno degli oggetti meno capiti della biologia, eppure gran parte del pubblico, alcuni scienziati inclusi, ne discute come se fosse un problema sostanzialmente risolto. Lasciatemi mostrare perché chi risponde con sicurezza alla domanda “Claude è cosciente?” non sta facendo scienza, in qualunque direzione risponda.
Cominciamo da due casi clinici.
Il primo è la locked-in syndrome. Nel 1995, Jean-Dominique Bauby, redattore capo di Elle, ha un ictus al tronco encefalico e cade in quello che sembra un normale coma profondo. Dopo qualche settimana passata in quello che appare come uno stato vegetativo, qualcuno si accorge che le sue ciglia battono in modo non casuale. Bauby è in realtà cosciente ma l’unico muscolo del corpo che riesce a controllare è quello della palpebra sinistra. Impara a comunicare attraverso un alfabeto fatto di movimenti dell’occhio e così facendo negli anni successivi detta lettera per lettera “Le scaphandre et le papillon“, il libro più lucido mai scritto sulla coscienza in cattività. Bauby racconta di persona del primo caso di paziente pienamente sveglio dentro un corpo che la medicina aveva archiviato come spento.
Il secondo caso clinico si chiama Accidental Awareness during General Anaesthesia, AAGA. È la condizione in cui un paziente sotto anestesia generale resta cosciente durante l’intervento. Il bloccante neuromuscolare lo ha paralizzato completamente e non può aprire un occhio, sollevare un dito, cambiare un’espressione. Sente tutto però, e a fine operazione racconta di tutte le conversazioni che il personale ha intrattenuto, magari per ore, mentre rovistava tra le sue viscere. Non sappiamo bene quanto frequente sia questa condizione. Un audit del Royal College of Anaesthetists britannico pubblicato nel 2014, stima un’incidenza di 1 caso ogni 19.000 anestesie, con punte ben più alte in ostetricia e cardiochirurgia ma altri numeri che si basano su correlati fisiologici stimano fino a 1 caso ogni 25. Senza andare troppo nel dettaglio, la differenza (enorme) tra le stime riguarda il fatto che non basta essere coscienti, bisogna anche mantenere la memoria di quella esperienza.
Locked-in Syndrome e AAGA sono gli unici due casi in cui possiamo azzardare una definizione operativa ed empirica della coscienza, come quel qualcosa che continua a esistere quando ogni segnale esterno è stato spento. Per definizione, dunque, la coscienza è invisibile dall’esterno. L’unica altra definizione non empirica ma ben accettata di coscienza è quella che il filosofo Thomas Nagel avanzò in un famoso scritto del 1974 “What is it like to be a bat?“: un essere è cosciente quando incarnarsi in quell’essere porta una certa percezione del mondo (ma non necessariamente di se stessi). La definizione di Nagel pur essendo intestabile è considerata il punto di partenza del dialogo nelle neuroscienze che si occupano di coscienza – e qui mi piacerebbe un giorno aprire una parentesi sul fatto che il contributo intellettuale più importante in ambito di coscienza sia arrivato non dagli scienziati, ma da due filosofi: Nagel e Chalmers. Sassolino da togliersi dalla scarpa in un’altra occasione.
Da qui nasce il problema metodologico fondamentale del campo. Se la coscienza è per definizione invisibile dall’esterno, studiarla nel cervello di qualcun altro è per definizione impossibile. Quello che possiamo fare, al massimo, è cercarne i correlati, cioè i marcatori fisiologici che accompagnano l’essere coscienti e che ci permettono dall’esterno una congettura informata su cosa stia succedendo dentro. Il paragone con il sonno, di cui mi occupo per mestiere, può aiutare a capire. Non esiste alcun modo di sapere se una persona stia davvero dormendo o stia fingendo di farlo semplicemente osservandola. Quello che possiamo fare per oggettivare quell’esperienza però è misurare correlati: la temperatura corporea che cala, il battito che rallenta, le onde dell’EEG che cambiano profilo, il tono muscolare che crolla, le risposte agli stimoli che si attenuano. Nessuno di questi correlati preso da solo è il sonno ma nell’insieme ci forniscono quasi sempre una firma fisiologica che ci permette se non di definirlo almeno di riconoscerlo. L’ipotesi di lavoro nelle neuroscienze, dagli anni Novanta in poi, è che lo stesso si possa provare anche per la coscienza. Cioè non possiamo studiarla perché è l’esperienza soggettiva per definizione, ma possiamo forse trovare dei correlati neurali, i cosiddetti NCC: un pattern specifico di attività cerebrale presente quando siamo coscienti e assente quando non lo siamo.
Su questo programma di ricerca si è giocata una scommessa rimasta famosa, nata nel 1998, in un bar di Brema, dopo una giornata di conferenze e qualche bicchiere. Il neuroscienziato ottimista Christof Koch propose al filosofo realista David Chalmers una scommessa: una cassa di buon vino che entro venticinque anni qualcuno avrebbe identificato un correlato neurale chiaro della coscienza, una firma cerebrale specifica del fatto di essere coscienti. A 25 anni di distanza nel giugno del 2023, a New York, al meeting annuale dell’Association for the Scientific Study of Consciousness Koch ha pubblicamente concesso la sconfitta e ha consegnato a Chalmers una bottiglia di Madeira del 1978. La scommessa è stata rinnovata con un raddoppio della posta per il 2048.
Tradotto: dopo venticinque anni di neuroimaging sempre più potente, di magnetoencefalografia, di registrazioni intracraniche in pazienti epilettici, di TMS, di farmacologia anestetica raffinata, non solo non sappiamo ancora cosa precisamente del cervello produca la differenza tra essere coscienti e non esserlo. Non abbiamo nemmeno un marcatore che ci permetta di capire se un paziente comatoso o in anestesia sia cosciente o no. Se un animale sia cosciente o no. Il marcatore neurofisiologico che più ci si avvicina è quello del caro amico Marcello Massimini all’università di Milano – siatene fieri.
Questo vuoto cognitivo assoluto ha generato non pochi mostri. In un campo scientifico maturo, le ipotesi sopravvissute al filtro empirico sono poche e sono testabili. Nelle neuroscienze della coscienza, invece, il ventaglio delle ipotesi seriamente discusse include opzioni che in qualunque altra branca della biomedicina sarebbero considerate follie fuori dal perimetro scientifico. La simulation hypothesis di Bostrom, ad esempio, che dice che viviamo come Neo in the Matrix o come Platone nella caverna – è trattata ancora oggi come ipotesi metafisica seria, non come provocazione e del resto non potrebbe essere altrimenti. Giulio Tononi (con cui ho lavorato per diversi anni) sostiene in modo esplicito una forma di panpsichismo: la coscienza come proprietà graduale e fondamentale di qualunque sistema fisico. Notare che la sua IIT è considerata non solo un’ipotesi della coscienza ma forse l’ipotesi principale e Goff, in Galileo’s Error del 2019, difende il panpsichismo come la migliore teoria disponibile della coscienza. E infine c’è Roger Penrose (premio Nobel nel 2020) che continua a sostenere che la coscienza emergerebbe dal collasso della funzione d’onda all’interno dei microtubuli neuronali.
Il punto, e qui voglio essere chiaro, non è che queste ipotesi siano necessariamente false ma che sono essenzialmente intestabili. “Not even wrong” come diceva senza pietà Wolfgang Pauli. Nelle neuroscienze della coscienza, dopo decenni di studi, le teorie eteree sono ancora competitive, e questo dice tutto sullo stato del campo.
Torniamo dunque a Veltroni e Claude. La domanda “Claude è cosciente?” presuppone tre cose che non abbiamo: una definizione operativa robusta che vada oltre i casi limite, una mappa epistemica di cosa cercare, e una teoria che sia abbastanza solida da escludere almeno le opzioni metafisiche più radicali. Senza queste tre cose, qualunque risposta, sì o no, è letteratura travestita da scienza. È legittimo – direi doveroso – speculare, ovviamente, e Veltroni come ognuno di noi ha tutto il diritto di farlo a voce alta. Quello che non è legittimo, e qui sta il fallimento comunicativo del nostro campo, è dare l’impressione che la risposta esista già, da qualche parte, dentro un laboratorio. Ogni argomento che usi il cervello umano per sminuire il cervello elettronico è un argomento essenzialmente ignorante perché non conosce i fondamentali; o truffaldino, perché decide di ignorarli.
Sostenere che un AI sia cosciente, è un azzardo impossibile da testare empiricamente. Ma sostenere che un AI non possa per principio essere cosciente è una sciocchezza ancora più grande, che ignora tutto ciò che sappiamo di non sapere.