Skip to content

Una farfalla sbatte le ali a Tel Aviv

È vero che in un mercato globalizzato, un aumento del prezzo del petrolio colpisce quasi tutti i paesi creando inflazione. Ma è anche vero che per alcuni paesi il problema è più esistenziale che un semplice aumento del costo della vita.

Il grafico che ho preparato qui sotto ci dice chi rischia di più e quando. Per ogni paese, la barra blu ci dice quale è il consume procapite di petrolio, in barili annui, che non arriva dal medio oriente. Rosso è il petrolio che arriva dal medio oriente. Giallo è il petrolio in stock e pronto ad essere usato – non le riserve geologiche del paese ma il petrolio nel serbatoio.

Per consumo pro capite, spiccano ovviamente i paesi del Nord America Canada e USA, i due paesi che come sappiamo hanno costruito il loro benessere esternalizzando più di ogni altro i danni del cambiamento climatico sul resto del mondo (sempre grazie). Sono anche i paesi che hanno maggiori riserve. Il Canada potrebbe andare avanti 16 anni senza petrolio del medio oriente; gli USA più di 3 anni.

La maggior parte dell’Europa ha un buffer sufficiente per circa un paio di anni. Il problema più grosso ce l’ha l’Asia indiscutibilmente l’Asia. Prima però di tirare un sospiro di sollievo, proviamo a pensare cosa vuol dire in termini globali. L’India è il paese che è messo peggio ma è anche il paese con meno leva politica ed economica. La situazione Indiana è così drammatica che mi viene impossibile fare previsioni razionali sul mercato globale, quindi la salto. Penso che l’unica soluzione per l’India sarà di assorbire il colpo e dirottare immediatamente petrolio dalla Russia. Non hanno alternative.

Cina e Giappone hanno riserve per circa 6 mesi. Il Giappone è già in una situazione economica drammatica ed è anche il paese che più di ogni altro detiene debito Americano. Come abbiamo già detto più volte: se crolla il Giappone, gli Stati Uniti seguono a ruota.

La Cina ha normalmente una resilienza più alta di altri paesi ma questo botto sarebbe duro da assorbire e si troverebbe quindi presto nella posizione di dover fare pressione economica verso gli USA per spingerli a trovare una soluzione di pace che non solo faccia finire le ostilità ma che recuperi il traffico internazionale al più presto (complicato senza una “resa” Americana).

Lo può fare senza nemmeno scatenare una crisi diplomatica: basta solo che dica che vista la scarsità di petrolio non è più grado di esportare batterie (70% della produzione globale), terre rare (85%), principi attivi farmaceutici (80% della produzione americana; e ovviamente anche la Cina ha una quantità non indifferente di US bond.

Insomma, il quadro è incredibilmente complicato. Gli intrecci sono fortissimi e le ripercussioni hanno ramificazioni di secondo e terzo grado. Un aspetto è criticamente importante: per quanto petrolio abbiano stoccato gli USA, per quanto sicuri si sentano, rimangono vulnerabili su una miriade di altri aspetti, soprattutto finanziari, e ci dobbiamo aspettare che se questa follia continuasse per un’altra settimana inizieremmo a vedere una guerra economica in atto da far impallidire il semplice prezzo della benzina.

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *