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Contro la scienza à la carte – Costruire una coscienza sociale è il primo passo per combattere il cambiamento climatico

Si vocifera che il motivo che portò all’abdicazione di Papa Benedetto XVI fosse la sua incapacità di convivere con la frustrazione del cosiddetto Cattolicesimo à la carte. Non sono una persona religiosa ma non riesco a non simpatizzare con il sentimento di Ratzinger perché noi scienziati siamo afflitti dalla stessa piaga. Come la religione si è liberata del timor di Dio che domandava cieca obbedienza, cosi nella scienza il latinorum non basta a suscitare tacito rispetto. Il pubblico preferisce optare per una scienza à la carte, decidendo a priori cosa accettare o rinnegare: il ruolo dei vaccini, l’evoluzione, i cibi geneticamente modificati, il cambiamento climatico, sono tutte egualmente solide ma non considerate tali. Alcune di queste dissonanze cognitive hanno carattere culturale. La maggior parte degli Americani sposa il consenso scientifico sul cibo geneticamente modificato, ma più del 70% degli Europei lo rigetta. Cinicamente, è legittimo pensare che né gli uni né gli altri sappiano esattamente cosa voglia dire “geneticamente modificato”: non è la conoscenza tecnica a fare la differenza ma una decisione pregiudiziale. Infatti, i sociologi dimostrano che la “scienza à la carte” non ha correlazioni profonde con la politicizzazione. Studi di Fischoff e Rutjens, ad esempio, mostrano che conoscere le idee politiche dell’individuo non aiuta a prevederne la posizione su temi socialmente controversi – con due note eccezioni: il creazionismo per i protestanti, e la negazione del cambiamento climatico per i conservatori. Negli USA, la proporzione di chi teme il cambiamento climatico è passata dal 40% al 57% in sei anni, ma l’incremento è largamente attribuibile ai Democratici (dal 64% al 94%); tra i conservatori la proporzione è salita dal 14% al 19%.

Del resto, nulla è cambiato dal punto di vista scientifico: il consenso tra gli studiosi è unanime oggi tanto quanto non lo fosse 30 anni fa; la fisica dell’effetto serra è nota da due secoli, già descritta da Fourier nel 1827; i primi calcoli dell’effetto della CO2 industriale vennero pubblicati da Arrhenius nel 1896. Che probabilità di successo ha quindi Thunberg quando implora il pubblico di “ascoltare la Scienza”? Se da un lato si è finalmente evoluti dalla negazione dell’evidenza a una situazione di riluttante accettazione, dall’ altro esiste ancora una narrativa per cui il cambiamento climatico non sarà abbastanza catastrofico da giustificare manovre riparatorie. Vinto finalmente il negazionismo, quest’ultimo concetto (concettualmente errato) pare essere quindi il baluardo che ci separa dall’ azione. Un errore di fondo di alcuni commentatori è trarre un equilibrio di costi impostato solo sulle variazioni nel PIL mondiale. Il PIL non funziona bene per fenomeni di questa portata: la seconda guerra mondiale ha avuto effetti fortemente positivi di crescita post-ricostruzione ma ciò non basta per auspicarsene una terza. Lo stesso IPCC ha la premura di associare una nota a margine delle stime economiche: “l’impatto sulla crescita economica si riferisce a cambiamenti nel prodotto interno lordo. Molti altri tipi di impatto, come ad esempio la perdita di vite umane, eredità culturali, e ecosistemi sono difficili da quantificare e monetizzare.” La nota giustifica la sproporzione tra lo spazio dedicato alle variazioni di PIL, e lo spazio dedicato all’alto numero di fenomeni di impatto catastrofico ma non monetizzabili. Nell’ultimo rapporto, il PIL è solo una delle 29 analisi. Le altre 28 non sono meno importanti ma difficili da avvalorare: come calcoliamo il costo di una diffusione mondiale di malattie attualmente endemiche come malaria, ebola, chikungunya? O le conseguenze geopolitiche ed economiche delle migrazioni di milioni di essere umani quando intere regioni diventeranno incompatibili con la vita? Se poche migliaia di migranti hanno provocato un rigurgito populista, cosa aspettarsi da migrazioni mille volte più importanti? Non siamo in grado di prevedere i costi di questi scenari ma la cosiddetta matrice del calcolo del rischio ci suggerisce che c’è poco da stare sereni. D’altro canto, occorre accettare che fermare il cambiamento climatico non può che avere un costo: abbiamo impostato tutta la crescita economica su un solo fattore, combustibile fossile fortemente deprezzato, incuranti di quelle che gli economisti chiamano esternalità. Non esistono pasti gratis e ora non dovremmo stupirci che ci venga presentato il conto. Che ci sia riluttanza a pagarlo è fisiologico; chi lo debba pagare è da decidere. UNCCC nel 1992 e il protocollo di Kyoto nel 1997 già proponevano una divisione etica dei costi tra paesi a diverso stadio di sviluppo. Concetti che alcuni detrattori di Greta Thunberg sembrano aver scoperto questa settimana sono sul tavolo da più di trent’anni senza vedere progressi concreti: ecco cosa si intende quando si accusa la politica di sostanziale immobilità. Sebbene l’Europa sia stata la più virtuosa del gruppo, a livello mondiale abbiamo riconosciuto il problema in tempo, ma non abbiamo fatto i compiti: abbiamo aperto il quaderno e tergiversato mangiucchiando la matita. Gli scienziati hanno dimenticato che il politico ha una sola spinta motoria: il consenso elettorale. Se si vuole vedere cambiamento, l’unica azione utile è creare un movimento che costituisca la base di un nuovo mercato elettorale. Il primo capitolo di policy-making dell’IPCC risale al 1990 e nella lista delle azioni, al punto primo si legge “educazione e informazione del pubblico”. Che costruire una coscienza sociale fosse il primo passo per combattere il cambiamento climatico era già chiaro allora ma siamo in ritardo di anni sulla tabella di marcia e questo è il vero grido di Greta.

Nota: questo articolo e’ apparso sull’edizione 26/9/2019 del Foglio.

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